Rime piacevoli ...
del Mavro, et d'altri avttori.
Accrescivte in qvesta quinta impressione di molte Rime graui, & burlesche
del Signor Torquato Tasso, del Signor Anibal Caro, & di diuersi nobilissimi ingegni.
Al molto magnifico
Signor Lodouico Righetti.
In Venetia : Appresso Pietro Milocho, MDCXIII
[1. ed. 1550]


Invettiva

di Flavio Alberto Lollio Ferrarese

Contra il Giuoco del Taroco.


Non fu mai mio costume di biasmare
Alcuna cosa: ne dir mal d'altrui:
Anzi vsai sempre infin da pueritia,
Lodar ciò che si sia: seguendo poi
Quel, che paruto mi fusse il migliore.
Hora douendo il buono instituto
Abbandonar, da giusto odio sospinto:
A voi chieggio perdon dotte sorelle,
Habitatrici del sacro Helicona:
Et prego, che la gratia, e'l fauor vostro
Non mi neghiate alla bramata impresa:
Acciò ch'io possa il conceputo sdegno
Sfogar, contra di chi m'ha offeso a torto.
Del Giuoco adunque ragionare intendo,
Scelerato inuentor di tutti i mali:
Nato da l'ocio, & d'auaritia humana,
Sol per furare altruila robba, e'l tempo,
Di cui thesor non è più caro al mondo.
Ond'è seguito sol da scioperati:
Da gente vana, & da color, che spesso
Per non saper che far, la vita istessa
Hanno in factidio: tal che dall'accidia
Vinti, ò giocare, o dormir son constretti.
Con lui nacque gli inganni, e i tradimenti:
Le malitie, le insidie, le rapine:
Le bestemmie, il dispregio delli Santi:
La menzogna, il liuor, le risse, e l'odio.
Chi potria numerar gli errori enormi,
I scandali, i diletti, e l'opre triste,
Causate sol da questo empio tirranno?
Egli hà già tal furor le cieche menti
De gli huomini condotto, che trouati
Si sono alcuni di pietà si priui,
Si crudeli à se stessi, che i capegli,
La barba, e i denti s'han fatto cauare,
Sol per giocarli, ne quì s'è fermata (to:
La rabbia lor: ma il pro prio sangue han spar
Ne restandoli al fin se non la vita,
L'han posta in seruitù, venduti gli anni:
Talche la libertà, cosi si cara,
Cui non pareggia or gemma, ne impero,
Han via gitata per vn prezzo vil,
O quanti ricchi, & nobil personaggi
Ha fatto il Giuco diuenir mendichi
Onde da infamia, et da vergogna astretti,
Fatti fauola al vulgo non osando
Veder la luce, o rimirare il Cielo.
Han fuggito il commercio delle genti,
Et chiamato la morte a tutte l'hore.
Veduti habbiamo a nostri giorni alcuni,
Che per giocar prostrato han l'honestate
De' corpi loro: e non solo se stessi,
Mà la moglie, e le figlie, ab vituperio
Del guasto Mondo, e pur non è bugia,
Han dato in preda a mille sporche voglie,
Di chi tenuto ha lor la borsa piena.
Quanti da stizza, e da color compunti
D'hauer perduto il suo, col crudo ferro
Hanno ammazzato i suoi piu cari amici,
E toltogli i denar? quanti han spogliato
Delle proprie sostanze i padri, e i figli?
Oime che nel pensier tutto m'arresto:
Et l'alma abhorre sol la rimembranza
Di si maluagi, & scelerati essempi:
Non sappiam noi, che molti per giocare,
Hanno ardito con le scelesti mani,
Piene di crudeltà, di sangue, e d'ira,
Senza timor, o riuerenza alcuna
Del grande l D' DIO, rubar le cose sacre.
Et profanar la santità de' Templi?
Quindi poi che giocato hanno i denari,
Si son posti alla strada: masnadieri
Son diuenuti, assassinando altrui;
In fin che la Giustitia sù le forche
Gli ha poi mandato à dar de calci al uento.
Cotali sono i perniciosi frutti
Di quell' amara, e venenosa pianta
Del Giuoco, ch'estirpar douriasi affato.
Taccio mill' altri, abomineuol  fatti.
Per non bruttar con le sozze parole
A me la bocca, e altrui le caste orecchie:
Che s'io volessi racontare à pieno
I scandali dal Giuoco proceduti,
Non ne verrei à capo in molti mesi:
E s'io hauessi piu bocche della Fama,
Piu lingue che non han gli Alberi, e l' Herbe
Virgulti e foglie: e la voce di ferro,
Nonne potrei narrar la minor parte:
Bastami a dir, che in Giuoco e la maniera,
E l' origine, e 'l fonte d' ogni male.
Però beato è quel che da lui fugge,
Come si fuggirebbe il Basilisco :
Gli Orsi, i Leon, le Tigri, e le Pantere:
Il fuoco, in mar turbato la tempesta:
Il Folgore i terror de' terremoti:
E la guerra, e la peste, e le piu horrende
Cose, che il Cielo, o la terra produca.
Quel che m'ha mosso à far di lui parole
Contra mia uoglia è stato un torto espresso,
ch'egli m'ha fatto: onde s'io mi risento,
Facciol per l'honor mio, ch'a ciò m'induce,
Ne vuol ch'io taccia i ricenuti oltraggi.
Io fui già di parer, che il più bel giuoco,
che si possa giocare à carte, fosse
Quel del Taroco: onde tal hor per spasso,
Per ricrear li spiriti afflitti, e stanchi
Con lui mi trastulaua: trapassando
Quelle hore, che son men arte a i studi;
Ricordandomi, che gli huomini illustri,
Hauean co'l Giuoco alleggerito il peso
De i lor graui negoci, & racchettato
Gli alti pensieri, e le noiose cure.
Cosi si ricreaua Palamede,
(Se si de far la comparatione)
Per solleuare il fastidio, e la noia,
che gl'ingonbraua il cuor, nel lungo assedio
Di Troia, quando ritrouò li Dadi.
Cosi giocaua il gran Domitiano:
E Galba il buon Troian, Nerua, e molt'altri
Che per piu breuità lascio da parte,
Ma io m' aueggio, che in vn grande errore
Mi trouaua sommerso; & me ne doglio.
Percioche questo è vn giuoco traditore,
Più d'ogni altro fallace, & inconstante;
Pien di tormento, d'angoscia, d'affanni,
Che rade volte mai consola altrui.
Giuoco maligno, perfido, e bugiardo:
Giuoco, chi mette i tuoi denari à squarzo:
Giuoco da impouerire Attalo, e Mida,
Perch'egli è cugin della bassetta:
E doue l'huomo spera hauer piacere,
Lo far star sempre in duol, sempre in timore,
Ecco che s'incomincia a dar le carte:
La prima man ti fà vna bella vista,
Tal, che tu tien l'inuito, & lo rifai:
Quelle, che vengon dietro, altra facenda
Mostrano hauer: ne piu de' casi tuoi
Tengon memoria alcuna: onde tu stai
Sospeso al quanto: & di vada: quell'altro
Ilqual par che il fauor lor si prometta,
Ingrosserà la posta: allhor trafitto
Da vergogna, dolor, d'inuidia, e d'ire,
Ten vai à monte, co'l viso abbassato
Non a si gran cordoglio vn Capitano,
Quando si crede hauer la pugna vinta,
E mentre ei grida vittoria, vittoria;
Da nuouo assalto sopragiunto vede
Andar la gente sua rotta, e dispersa,
Quanto hà costui. Vengon dapoi quell'altre
Due man di carte, hor liete, hor triste: et quando
L'ultime aspetti, che ti dian soccorso,
Hauendogli inuitata già del resto,
Tu ti vedi arriuare (oh dolor grande)
Carte galioffe da far ti morire,
Totalmente contrarie al tuo bisogno.
Onde di stizza auampi: e tutto pieno
Di mal talento, rimbrottando pigli
Lo auanzo de le Carte, che son venti.
Queste t' empion le mani, & buona pezza
Ti dan trauaglio briga, in rassettare.
Dinar: Coppe: Baston, Spade: e Trionfi.
Però che ti conuien ad una, ad una,
Metterle in ordinanza: & far di loro,
Come farebbe il buon pastor, che hauesse
Di molti armenti; apparocchiando mandre
Diuerse per ciascun Quindi s'hai quattro,
O cinque Carte di Ronfa, tu temi
che non ti muoia il Re, con le figure:
Onde si strugge il cuor, spasma, la mente,
Stando in bilancia fra speme, e timore.
Quello è lo isfinimento e'l creppa cuore,
che sei sforzato a tener per tuo specchio,
Certe cartaccie che ti fan languire:
Et, come se tu fussi vn' Orinale,
Seruir conuienti a gli altri due compagni
Rispondendo a ciascun giuoco, per giuoco:
Et se per ignoranza, ò per errore,
Dai vna Carta, che non vada a verso,
Tu senti andar le voci insino al cielo.
Ne ti pensar che quiui sian finite
Le pene tue: bisogna tener conto
D'ogni minima Carta, che si giuochi,
Altramente ogni cosa va in ruina.
Però tu brami spesso la memoria
Di Mitridate, di Cesare, ò di Ciro.
Et s'egli auien tal hor c'habbi vn bel giuoco,
T'andrà si mal giocato, che ne perdi
Vna dozzina ò due: tal hora tutti.
Quante volte non puoi coprire il Matto?
Onde mal grado tuo, spogliar ti senti
Del buon c'haueui: et sembri la cornacchia,
che restò spennacchiata infra gli vecelli.
Alhora se tu fossi vno Aristide,
Vn Socrate, un Zenone, vn Giobbe un sasso,
Tu sprezzaresti il fren della patienza,
Stracciaresti i Tarocchi in mille pezzi,
Maladicendo il primo che ti pose
Mai carte in mano, e t'insegnò à giocare.
Dove lasso quel numerar noioso
D'ogni Trionfo, ch'esca fuori? o quanto
Fastidio hai tu di questo, che non puoi
Pur ragionar pur dire vna parola:
Anzi seruar conuien maggior silentio
Che non si fà alla Predica, o la Messa.
E i mostrò ben d'hauer poca facenda,
Et esser certo vn bel cacapensieri
Colui, che fu inuentor di simil baia:
Creder si dè, ch'ei fosse dipintore
Ignonbil, scioperate, e senza soldi,
Che per buscarsi il pan, si mise a fare
Cotali filostroccole da putti.
Che vuol dir altro il Bagatella, e'l Matto,
Se non ch'ei fusse vn ciurmatore, e un barro?
Che significar altro la Papessa,
Il Carro, il Traditor, la Ruota, il Gobbo:
Là Fortezza, la Stella, il Sol, la Luna,
E la Morte, e l'Inferno: e tutto il resto
Di questa bizaria girando l'esca,
Se non che questi hauea il capo suentato,
Pien di fumo, Pancucchi, e Fanfalucche?
Et che sia ver, colei che versa i fiaschi,
Ci mostra chiar ch'ei fusse vn ebbriaco:
E quel nome fantastico, e bizarro
Di Tarocco, senz'ethimologia,
Fa palese a ciascun, che i ghiribizzi
Gli hauesser guasto, e zorpiato il ceruello
Questa squadradi ladri, & di ribaldi,
Questi, che il vulgo suol chiamar Trionfi,
M'han fatto tante volte si gran torti,
Si manifeste ingiurie, ch'io non pesso
Se non mai sempre di lor lamentarmi:
che non li feci mai oltraggio alcuno,
Anzi cercaua hauerli per amici,
Per quanto meritauano i suoi pari:
Et essi, co'l mostrarmi allegra chiera,
Come sogliono far gli adulatori,
M'han poi assassinato: onde ho perduto
Per colpa sua, di molti, e molti scudi:
Si che la lingua mia mai stanca, ò satia
Non si vedrà di predicar per tutto
La loro iniquità: cosi hauess'io
La vehemenza d'Horatio, quando scrisse
Contra l'albero, ilqual quasi lo estinfe:
Ouer la copia, e la vena felice
Del buon Vergilio, vsata contra quelli,
che i cari campi suoi gli hauean rapiti:
O fusse in me la ricchezza, e l'ardore
Di quella Demosthenica facondia.
Adoperata contra la insolenza
Di Filippo già Re di Macedonia:
O la eloquenza del gran Cicerone,
Spiegata contra Verre, e Marc'Antonio,
O l'acrimonia, i lampi, e l'acutezza
Di Gallimaco, quando il cor trafisse
A l'ingrato discepolo Apollonio:
O la facilità del dir d'Ouidio,
Mentre il velen del giusto sdegno sparse
Sopra'l suo scelerato empio nimico:
o l'efficacia, il furore, e la rabbia
D'Archiloco, mostrata per suo honore,
Contra la infedeltà del van Licambe;
Ch'io direi tanto, & farei si, ch'alcuno,
Trouar non si potrebbe cosi sciocco,
che intesa quanta fusse la incostanza,
I gran danni, il gran mal, che il giuoco apporta
(Massimamente quello del Tarocco)
Indur mai più si lasciasse à giocare.
Deh perche non son io lo Imperatore,
C'hauessi auttorità di far le Leggi:
Prima farei con vn perpetuo editto,
Sotto la pena de la mia disgratia,
Bandir del Mondo il giuoco del Tarocco:
Con patto, che chiunque gli giocasse
Mai più, fusse impiccato, arso, e distrutto.
Et se alcun per sciagura tanto pazzo.
Fusse, c'hauesse ardir di nominarlo,
Darei mangiarlo à Cani: o in precipitio
Lo manderei: talche mai piu nouella
Di lui non s'vdirebbe. Hor poscia ch'io
Son priuo d'eloquenza, e in me non sento
Quel gran feruor, che mi bisognerebbe,
E ch'io non vo il poter com'io vorrei.
Vagliami almeno appò gli huomini egregi,
Il buon volere, e'l desiderio mio:
Ilqual non suol nelle più dare imprese
Esser spezzato mai, o Caro, o Torre:
O Giraldi: o flaminio: o Mauro: o Doni:
O Antimaco: o Faletto: o Bentiuoglio:
O Aretino, e voi dotti Intronati,
Soccorrete al mio dir volgete il stile
contra costui, che infetta il mondo tutto:
Ne comportate che più oltra passi
Il velen suo, con si notabil danno.
In tanto la pregherò con caldo affetto,
con sacrifici e voti i Dei del Cielo,
Che faccin si, che subito si estingua
Lo inchiostro, il giallo, il verde, il bianco, il
Et altri tal color, con che si fanno
Carte, o Tarocchi: faccian che la Carta rosso,
Sen vada in fumo tutta: ne si troui
Alcuno più che i lor degni ardisca
Tagliare in legno, onde le stampe fansi:
Talche quest'arte si dannosa, e trista,
Sparisca à vn tratto del cuore alle genti:
Acciò che i nostri posteri di lei
Vestigio alcun non trouino, e per sempre
Resti del tutto la memoria spenta.

Herausgegeben von
Hans-Joachim Alscher
Stand: 1. August 2002

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